Pensierino pre-vacanziero.
Ieri sera mi trovavo a sonnecchiare davanti alla tv, stramazzato sul divano da un’afa che, come mai prima, davvero.
Quando, ta-dan!, una pubblicità di libri.
Vabbeh, nulla di che, solo quelle uscite estive, quelle robe di classici in edicola, quelle serie che poi durano fino al numero 3, spesso. Eppure, quelle cose ci feriscono parecchio, a noi editori.
Ma non è questo il punto.
Il punto è… beh, vediamo. Non faccio caso molto alla pubblicità, ma c’è un dettaglio, qualcosa, una frase che mi stona.
Lì per lì non riesco a capire se si tratti di uno scherzo. Ma la pubblicità tanto la ripassano dopo poco. Sto all’erta.
Un ragazzo seduto su una poltrona, di fronte ad una libreria, in un ambiente molto beige.
Arriva una ragazza, da notare che entrambi non sono molto glamour, anzi, pure un po’ dimessi, e insomma la ragazza lo guarda e gli dice più o meno:
Ehi che fai? leggi un libro? leggo anch’io.
E prende un altro libro.
E che libro prende?
Il Kamasutra.
Prima uscita (voce suadente fuori campo), i Promessi Sposi e il Kamasutra.
…
[questo mio sproloquio viene qui censurato da me medesimo. a voi tutte le conclusioni del caso.]
on air: Viva l’Italia, Francesco De Gregori
[il Tiranno]
E così arriva sempre agosto. Sempre. Puntuale. Col suo carico di emozioni, e di tempeste.
Sì, tempeste. Da quando sono nato. Ad agosto c’è sempre stata qualche curva, qualche dosso, qualche vicolo cieco. Sarà che ad agosto ci sono nato.
Sarà che è un mese in limine.
In limine di che? Non so. Ma è un confine, un avamposto, un traguardo da cui sprintare verso altri e migliori traguardi. Sì, migliori.
E quest’anno mi ci voglio preparare bene, ecco perché addirittura ho deciso di fare qualche giorno di vacanza. Non succedeva da tempo immemore e immemorabile. Ma quest’anno serviva.
Le vacanze. Gente che parte e gente che torna, come nella vita. Nuove amicizie e quel ritrovarsi raro, che a volte accade, quel sapore di bello che ti s’appiccica addosso. O quel lasciarsi, almeno fino al Natale, o alla prossima estate, o a chissà.
Agosto è un ingorgo di emozioni.
E prima di partire, che ancora manca qualche giorno, ho già fatto la valigia. Dentro ho messo:
una penna, un taccuino (ehi, anch’io scrivo!), alcune bozze di libri da correggere, una bottiglia (una…) di pinot grigio, un’ampolla di grappa, un paio di occhiali da sole, il cellulare senza batteria, 7 speranze, una pietra di tormalina e un cristallo di rocca, la mia tromba, e un libro che ho appena comprato - il Notturno, nell’edizione originale dei Fratelli Treves.
Credo che manchi qualcosa. Avrò tempo per capire cosa. Tempo per.
On air: How to disappear completely, Radiohead
[il Tiranno]
Hai deciso che ti sei già perso troppi concerti quest'estate, e quindi questo vuoi proprio vederlo. Anche se in realtà non sei convinto fino in fondo, perché pensi che loro siano un gruppo da sottofondo. Di quelli che ti accompagnano nelle cose importanti della vita, e in quelle meno importanti, ma non sei troppo convinto ti quanto ti darà averli di fronte, su un palco. Non è mica un concerto rock. Comunque vai, con tre mezzi amici, nel senso che li conosci meno di quanto vorresti conoscerli, imbarcati insieme su questa serata di musica. Poi quando il concerto comincia, non riesci a spiegartelo. Saranno le luci, saranno le due batterie e le due tastiere, saranno le luci che sono magiche, perché non sono luci, ma colori, disegni, parole. Sarà che sono in dieci su un palco e sembrano una cosa sola. C'è lui che sembra alto due metri qui dalla prima fila, e poi c'è Stephanie, che sale a cantare un pezzo che pensavi non avrebbe potuto cantare nessuno, e invece sembra scritta per lei. E accarezza la chitarra, ne accarezza il manico, poi si appoggia a lei che la sostiene, in una danza sensuale al ritmo della sua stessa voce. E c'è Yolanda che muove il bacino come se dovesse muovere il mondo. Che è bella come solo un'enorme donna nera può essere bella. In quel modo lì, che è un modo preciso, e solo suo. Ma non è per loro. Neanche per il cantante che si muove come un qualsiasi ragazzino di Bristol, e probabilmente anche molto peggio.
Poi succede che la persona con cui hai voglia di condividere quest'emozione non abbia voglia di condividerla con te. Allora ti rendi conto che puoi condividerla solo con lei, con la musica e con le luci che la colorano, che non sono lì per dare spazio a chi sta sul palco, ma sono lì per dare spazio a lei, alla musica, senza paura di lasciare il cantante o in chitarrista in penombra, magari al buio, se necessario. E per la prima volta ad un concerto non sudi troppo, perché con lei ci hai fatto l'amore, non sesso. Di quello che a un certo punto comincia a respirare forte, a essere intenso, come inertia creeps, quasi da darti i crampi allo stomaco, ma mai violento. Che non è vero che ti capisce solo lei, ma in quel momento sì. E non è vero che lei è più facile da amare, che lei ci sarà sempre, che non ti tradirà. Perché spesso lei ti sfiora, ti accompagna, ma raramente ti abbraccia così. Ti fa muovere le viscere col suo ritmo, i suoi bassi, e ti bacia con melodie che sono più dolci di ciò che raccontano. E quando dopo un secondo di silenzio, senti il suo sospiro, subito prima della parola che sai che arriverà, karmacoma, sai che siete uno dentro l'altro. Che quel sospiro è tuo, come degli altri duemila intorno. E senti un brivido lungo la schiena, di quelli che senti solo quando entri per la prima volta nel corpo di qualcuno che ami. E sai che non c'entra un cazzo che sia un uomo o che sia una donna,che sappia muoversi o meno, perché sai che è lei che ti sta sdraiando da lontano, e ti sta dicendo, in quel sospiro, che ti ama.
Poi torni verso casa. Guardi dal finestrino una Romagna che non può piacerti, e che continua a essere ossessionata da quelle note finché non arrivi su un divano, a berti una Splugen con chi come te ancora non crede allo spettacolo che ha visto. Poi torni a casa davvero. E non fumi, ma sai che se fumassi ti prenderesti un momento, nel parcheggio di casa tua, per fumarti unba sigaretta nella macchina spenta, col finestrino aperto e il braccio fuori. A pensare che anche stanotte hai amato. E a mandare l'anima in coma fino a domani.
On air: Karmacoma, Massive Attacks (live in Ravenna)
[guest blogger: Giuseppe Sofo]
[continua dai due post qui sotto, leggere prima quelli!]
E questo era ciò che mi interessava raccontare.
Poi, il resto, come un sogno.
Mi chiamano, mi spiegano, mi dicono, mi contestano qualcosa e mi dicono
tutto a posto. Faremo altri controlli, ma per ora tutto a posto.
Tutto a posto.
Io parlo, spiego, racconto, discutiamo un po’, parlo anche troppo, mi sa. Adrenalina.
Poi esco. Torno a casa. A mangiare, finalmente.
Anzi no, a bere, a prendermi una di quelle sbronze colossali che una volta nella vita.
Poi tiro le fila, il giorno dopo, chiedendo anche a qualche amico.
In sostanza, qualcuno, ma non sono riuscito a sapere chi, ha fatto un pò di telefonate, accusando la mia società di… di un po’ tutto. Droga, traffici strani, lavoratori clandestini, forse pure abigeato.
E, giustamente, alla fine i carabinieri sono dovuti intervenire.
E dico giustamente, sì.
Che poi, non so se questa cosa avrà strascichi, non so se continuano a tenerci d’occhio come mi hanno detto di aver fatto per giorni, non so se magari ci saranno nuovi blocchi o altro.
Però, insomma, hanno fatto il loro lavoro.
E, lasciando perdere la teatralità di questo racconto, ma in fondo erano le mie emozioni, sono stati gentili, e bravi. Cribbio se sono stati bravi. Non che io mi trovi spesso in mezzo ai blitz, ma questo mi sembrava davvero ben fatto.
Certo, confesso di averli un po’, come dire, maledetti J, per la paura o altro.
Ma, di fronte a certe accuse, il loro era un atto dovuto.
Il loro lavoro, appunto, come il mio.
Lavori che, quel martedì di luglio, hanno finito per coincidere.
E’ che lavorare stanca,
io lo dico sempre.
On air: Vita spericolata - Vasco Rossi
[il Tiranno]
[continua dal post qui sotto, leggere prima quello!]
Ma quanti carabinieri sono? Mi volto, ancora, di qua, di là, di qua, ancora, dappertutto. Bloccato ogni accesso, bloccata ogni uscita. Non è bello così, no. Mi siedo.
“Tutti fermati. I documenti, e non fate storie.” Eh? Parla con me?
Perché davanti ad ognuno dei nostri mezzi c’è un piantone? E perché continuano ad urlare tutti?
Ma… chi stanno caricando? Erika!
“Lei stia buono”. Ma, dove li portate? “Non si preoccupi. Avrà tempo per spiegarci.”
Io, cosa… Vorrei sapere perché, mi scusi, agente… “Sarà lei che dovrà dirci il perché, e dovrà convincerci molto bene.” Sono nella merda? mi è uscito così, spontaneo, un soffio tra le labbra secche. Non mi risponde, e daje con sta pistola che ballonzola.
Lavorare stanca. Lo sapevo io.
Alla fine, caricano 14 collaboratori. E due dipendenti. E mi dicono di raggiungerli in caserma.
E me ne rimango lì. Fermo e stordito.
Mi viene in mente che un’unica volta ho fatto pugilato, e un’unica volta ho preso un gran destro in faccia. Ma almeno lì crolli e non capisci più nulla. Qui invece mi vedo da fuori, con la mia camicia hawaiana, i bermuda bianchi, in un parcheggio deserto, circondato da 7 pattuglie dei carabinieri.
Prospettiva dall’alto.
Il primo pensiero è: vorrei rivedere la scena dai satelliti di Google Maps.
Il secondo: a Provenzano ne hanno mandati meno, di agenti.
Il terzo: sono davvero nella merda.
E insomma lo avrete capito. Era una retata. Carabinieri e Digos. Agenti in divisa e in borghese.
Urca. Mentre torno al’ufficio a prendere un po’ di documenti, ho una strana tranquillità. Non so nemmeno spiegare. Ma è quella di quando, tanto ormai va così. Dico: adesso chiamo l’avvocato, il commercialista, il Sindaco. Ma poi… naaaa, vediamo che succede.
E gustiamocela sino in fondo. Ecco, la tranquillità dello scrittore, se posso. Di chi osserva e, almeno, cerca di immagazzinare ogni dettaglio.
Raccolgo alla buona un po’ di documenti e me ne vado in caserma.
Il pensiero: certo che sono proprio un patacca. Mi sto buttando da solo nella tana del lupo.
E poi, tutto va come nei film. Stai in una stanzetta, stai nel cortile, non c’è un distributore di acqua o caffè, o vino, niente. Labbra secche bocca impastata.
Ma io posso uscire, mi dico, vai nel bar qui di fronte.
No, e se poi mi devono arrestare? Fanno un blitz anche nel bar? E dopo, Forlì è piccola, che figura ci faccio? almeno qui dentro sono già pronto.
Anzi, mi ritrovo a camminare come un ergastolano, nei
Ecco, la pazzia è la cosa più vicina che sento. Sono in caserma da un’ora appena. Nessuno che mi spieghi, nessuno che mi dica nulla. Se chiedo, silenzio come risposta.
Eppure le voci ci sono, in Caserma, le senti dietro le porte, le senti nelle guardiole, operazione ad ampio raggio, ne abbiamo presi moltissimi, no no il maresciallo oggi non può perché deve interrogarne parecchi.
Sì, ho paura. Sì, ho molta, molta, molta paura.
Credo che lo vedano. Ogni tanto si affaccia qualcuno, e mi osserva, per un minuto. Così, senza dire nulla, mi guarda. Da vicino, o da lontano, oltre la porta. Mi guardano e parlano tra loro.
Poi uno mi fa un gesto. Andiamo. In cortile vedo passare alcuni collaboratori, sono scortati, hanno lo sguardo a terra, non hanno il coraggio di guardarmi. Io ho paura, ma loro? Io sono italiano, capisco, parlo, rispondo. Ma loro? E se non capiscono bene? E quanta paura hanno, loro?
E poi… cosa diranno? Non ho nulla da nascondere, ok, ma… cosa diranno? E se inventano qualcosa? E se.. e se non sono persone per bene? E se… prego, meglio pregare, parole scandite tra i denti, che nemmeno vogliono uscire, che s’impiccano nei molari, e che le sputi fuori. Devono uscire, loro.
Nel tragitto sento urla, sento mozziconi di parole, frasi, la verità, cosa fate, chi è che…
Nell’ufficio del capo. Non mi guarda. Prende dei fogli. Silenzio.
Silenzio. Silenzio silenzio silenzio.
Poi alza gli occhi, ha gli occhiali e un bello sguardo ceruleo. Sbuffa. Sembra dispiaciuto, quasi.
O stanco. Ecco.
“Allora. Com’è che funziona.”
Prego?
“Qui, com’è che funziona. Cosa fate. Le premetto che la situazione non è chiara. E di certo, per voi, non è facile.”
STOP. Riepilogo. Sei in caserma. Hanno bloccato e caricato una buona metà dei tuoi dipendenti. Sette pattuglie. Senti parole, qualche urlo, è due ore che aspetti. Sei nell’ufficio del capo.
Ti guarda e ti dice che per te non è facile.
Non è facile.
So cosa mi è passato nella testa in quel momento. Ma non credo che lo dirò mai, né qui, né a nessuno.
E io inizio a parlare. Con calma, con fermezza. Gli spiego, gli dico.
Mi interrompe, sbuffa, mi guarda, alza gli occhi si volta prende il telefono mi guarda, non mi crede, si vede da lontano, cosa sta pensando, ma chi pensa io sia, mi interroga (tecnicamente, “mi sente”), prende fogli, dichiarazioni dei collaboratori, legge e mi ascolta, non mi crede, mi domanda
ecco, è un interrogatorio, non formale, certo, non si verbalizza, ma
mi riguarda, mi contesta. Mi contesta molto. Molto. Non mi crede.
Poi mi dice, ora aspetti fuori. Vedremo.
Vedremo cosa? Mi alzo ed esco. Vedo carabinieri che si muovono, si spostano, ci stanno sentendo in 6 stanze diverse, vanno da uno all’altro, fogli in mano, dichiarazioni, confronti incrociati.
Altre due ore, o forse tre.
Due ore o forse tre di preghiere. E di paura. Mi guardano, sempre, nel cortile, e allora non voglio dare l’impressione di avere paura, cammino avanti e indietro, quello no, non ce la faccio a fermarmi, parlo al telefono, con tutti, avvocato commercialista, avvocato, poi finisco le persone
allora mi invento persone con cui parlare, fingo, ho paura e sudo e faccio chiacchierate immaginarie con amici immaginari, al telefono, sotto il sole.
Ecco. Lì, ti senti perso.
non hai punti di riferimento. Non sai che fare, non sai cosa fare, come farlo quel niente che hai da fare.
Non hai punti di riferimento. E fino a questo martedì di luglio, mai avevo capito così bene cosa significasse.
Alla fine mollo, non ce la faccio più e mi siedo, a terra, sulla piccola aiuola, io mollo e chi se ne fotte. Mi prendo la testa tra le mani. Passa una mia collaboratrice e mi dice, scusa.
Scusa.
Scusa di che?
Scusa.
E va via.
Adios. Ciao ciao.